Amo la cucina giapponese: al di là del pesce crudo, che in fin dei conti mi piace anche alla mediterranea, mi affascina la “sacralità” estetica con quale ogni cosa viene preparata e disposta.
Poi adoro le zuppe, dalla miso a quelle che partono dal brodo di alga kombu per creare numerose varianti.
Una delle prime che ho assaggiato, con la temerarietà di chi proprio non sa a cosa sta andando incontro, è stata con gli udon. Per di più, si trattava di una veloce pausa di lavoro milanese, che arrivi a ridosso delle due che ti mangeresti proprio di tutto.

Gli udon (e ci sarà pure qualche neofita, no?) sono tipici della cucina asiatica (japp, coreana e anche cinese) e si presentano come una sorta di spaghettoni lunghi, lunghi, e grossi. Vengono tuffati e cotti in brodo, serviti in una ciotola con le immancabili bacchette. E poi a voi mangiarli!
Io, la prima volta, dopo aver schizzato qui e là, chiesto venia a chi mi stava di fronte, aver tentato diversi approcci (ne arrotolo uno, ne prendo due, tendo l’amo, ops bacchetta, alla cieca, adesso provo bacchetta e cucchiaio) ho desistito (ormai l’ora si faceva tarda…) e lasciato lì parte del nemico. La battaglia, per quella volta, è stata persa, ma la guerra dopo qualche aggiornamento è stata pressoché vinta.
 

Ingredienti
 

  • 400 ml di dashi (brodo di kombu)
  • 100 gr di udon
  • 1 cippollotto
  • 150 gr di tofu
  • Sesamo
  • Olio di semi di girasole
  • Salsa di soia
  • Zenzero fresco

 

Procedimento

Bollire gli udon in acqua. Nel frattempo tagliate a pezzetti il tofu, passatelo nel sesamo e friggetelo in abbondante olio di semi. Unite al dashi il cipollotto tagliato sottile, un cucchiaio di salsa di soia e zenzero grattugiato.
Fate bollire per una decina di minuti, spegnete e aggiungete gli udon.
Consiglio (di come combattere con gli udon ne so qualcosa): munitevi di bacchette, di tè bancha medio caldo e di un sorriso “calma pacifica stile asiatico”.